LA CRITICA CRITICA. Quintali di massa critica

novembre 7, 2007

Oren Ambarchi. Nella Morsa del Pendolo.

Filed under: Musica — lacriticacritica @ 12:02 pm

pubblicato, con qualche modifica, su www.sentireascoltare.com

 

Un excursus, volutamente episodico, tra alcuni titoli della sterminata discografia da solista del chitarrista e sound-artist australiano Oren Ambarchi. Esperimenti tonali e riflessioni (meta)fisiche alla ricerca del puro suono. La guida? L’incessante vagare della sfera di un pendolo.

Fu allora che vidi il Pendolo. La sfera, mobile all’estremità di un lungo filo fissato alla volta del coro, descriveva le sue ampie oscillazioni con isocrona maestà. 

Quando dedicavo anima e corpo – più corpo che anima, i pensieri non perdevano tempo a vagare lontano – allo studio della chitarra classica, non potevo immaginare che lo strumento che tenevo abbracciato come fosse una donna da sedurre (così mi aveva insegnato il maestro) potesse trasformarsi in un pendolo. Me ne stavo seduto, con una gamba a mezz’aria sostenuta da un ben disposto sgabellino poggiapiede, a decifrare ghirigori su righe orizzontali. Tra un Giuliani ed un Sor, mi chiedevo se fosse davvero quello lo strumento che avevo scelto di imparare a suonare. Ma era lungi da me l’idea che si potesse trasformare in un pendolo. Dopo qualche ora puntualmente rivestivo quella donna con cui – siamo sinceri – non avevo avuto poi grande fortuna, riponevo i libri in uno scaffale che presto sarebbe diventato il loro luogo naturale e fermavo il metronomo – o forse  si trattava di un pendolo.

 Lo sapevo – ma chiunque avrebbe dovuto avvertire nell’incanto di quel placido respiro – che il periodo era regolato dal rapporto tra la radice quadrata della lunghezza del filo e quel numero π che, irrazionale alle menti sublunari, per divina ragione lega necessariamente la circonferenza al diametro di tutti i cerchi possibili – così che il tempo di quel vagare di una sfera dall’uno all’altro polo era effetto di una arcana cospirazione tra le più intemporali delle misure, l’unità del punto di sospensione, la dualità di una astratta dimensione, la natura ternaria di π il tetragono segreto della radice, la perfezione del cerchio. 

Non conoscevo l’australiano Oren Ambarchi (Sydney, 1969) e la sua arte della seicorde. Forse davvero per  poter riscoprire un qualunque artefatto nella sua natura di semplice oggetto tra gli altri, bisogna condurlo allo stremo delle possibilità funzionali, forzarne le potenzialità al massimo grado. Forse solo allora, tra le mani del virtuoso, l’artefatto torna, recalcitrante, ribelle, a reclamare il suo status originario di oggetto, si svela nel suo essere mera materia. Ma queste sono solo sofisticherie. Quando si parla di Oren Ambarchi si finisce sempre per tirare in ballo il minimalismo storico, in special modo la propaggine estrema di quel movimento d’avanguardia che ha finito per confondere giustificazione teorica e aspirazione al sacro in un ricercare che ha presto condotto musicisti borghesi di razza bianca e di buona famiglia ad un peregrinare inquieto e spesso incostante, geografico – sulle tracce della spiritualità incontaminata dell’estremo Oriente, alla ricerca delle origini dell’uomo e del ritmo, nel continente africano – prima ancora che spirituale. La musica di Oren Ambarchi ha sicuramente a che fare con la sfera del sacro e della meditazione: quei suoni primigenei iterati all’infinito simboleggiano senz’altro il prostrarsi del fedele, sono indubbiamente feticci della sillaba sacra; ma prima e forse più, quei suoni simulano il movimento infinito del pendolo. La musica di Oren Ambarchi, a ben pensarci, è pura fisica del suono. 

Se qualcuno avesse provato a farmi ascoltare Insulation (Touch, 1999) all’epoca dei miei infruttuosi tentativi accademici, difficilmente mi avrebbe anche convinto del fatto che quel disco era, in sostanza, un disco per sola chitarra. Se ancora non risulti chiaro cosa si debba intendere quando si parla di un processo in grado di “condurre allo stremo delle possibilità funzionali” un semplice artefatto, si ascoltino Insulation o i quattro volumi della serie Stacte (Jerker Productions, 1998, 1999 i primi due, Jerker Productions/Plate Lunch, 2000 il terzo, En/Of, 2002 il quarto). Qui la chitarra è neutrale sorgente di suono, oggetto spogliato di qualsiasi specificità artistica, dispositivo generatore di rumore volutamente pre-culturale colato in architetture improvvisate e cangianti. Qualcuno, è pur vero,  potrebbe riconoscere in simile ardire il già ascoltato di un Morton Feldman o di un La Monte Young, ma Insulation è uno di quei dischi che cancella in un sol colpo (di spugna) interi manuali di storia delle correnti e degli strumenti musicali.

 

Ancora sapevo che sulla verticale del punto di sospensione, alla base, un dispositivo magnetico, comunicando il suo richiamo a un cilindro nascosto nel cuore della sfera, garantiva la costanza del moto, artificio disposto a contrastare le resistenze della materia, ma che non si opponeva alla legge del Pendolo, anzi le permetteva di manifestarsi, perché nel vuoto qualsiasi punto materiale pesante, sospeso all’estremità di un filo inestensibile e senza peso, che non subisse la resistenza dell’aria, e non facesse attrito col suo punto d’appoggio, avrebbe oscillato in modo regolare per l’eternità. 

 

La costanza del moto di un corpo sospeso a mezz’aria. Un artificio disposto a contrastare le resistenze della materia. Questo è Suspension (Touch, 2001), il primo lavoro in cui si inizia a definire compiutamente il suono dell’Oren Ambarchi solista. Sprazzi di melodia vivissima germogliano, quasi per caso, sullo sfondo della logica binaria dominante – le due estremità della traiettoria tracciata dalla sfera (Wednesday, Suspension). Al suono degli armonici della chitarra, vero e proprio fil rouge dell’intero lavoro, si alterna quello dei bassi profondi, come se una mano scavasse e l’altra lanciasse il terriccio lontano, per aria; come se le leggi della statica fossero applicate a quel punto immateriale che è la nota musicale (Vogler, As Far As The Eye Can See).

Il miglior esempio dell’incessante ricerca di purezza di Ambarchi è senza dubbio Grapes From The Estate (Touch, 2004): alle meditazioni per sola chitarra (Corkscrew, la monumentale Stars Aligned, Webs Spun), vengono addizionate con il solito processo graduale di scuola minimalista un organo alla Terry Riley (Remedios The Beauty) e un brush di batteria jazz (Girl With Silver Eyes), prima grande passione dell’artista da giovane – determinante, per la formazione del musicista, un soggiorno-studio come batterista free jazz a New York, nel lontano 1988, alla scuola di quel John Zorn che diverrà uno dei suoi primi mentori.

Nel recente In the Pendulum’s Embrace (Touch, 2007) le note, come sempre, sono esattamente al posto giusto, proprio là dove devono essere. La musica di Oren Ambarchi è aritmetica allo stato puro. Ma gli addendi, stavolta, sono numerosi. Innanzitutto gli strumenti: oltre alla chitarra, armonica, percussioni, archi, piano, addirittura voce. Oren Ambarchi che canta, sussurrando, in Trailing Moss In Mystic Glow è una bella novità. E poi c’è il mood oscuro e tormentato – si direbbe quasi alla Earth – di Fever, A Warm Poison. Di certo retaggio della recente collaborazione con O’Malley e compagni, probabilmente una direzione nuova. Inamorata inizia come la più classica delle composizioni dell’australiano, pacificato stato di trance raggiunto per progressiva levitazione. Ma anche qui accade qualcosa di nuovo, è l’ingresso della sezione di archi, a metà brano, a saturare di tensione, quasi a tributare il sound Constellation. C’è sentore di folk, nella lunga coda di Inamorata, molto più che un sentore nell’ipotesi di cantautorato espanso di Trailing Moss In Mystic Glow – la chitarra arpeggiata a disegnare melodie, e quella voce. Si potrà recriminare su quanto è andato irrimediabilmente perduto in purezza e rigore – gli eleganti monosillabi di album come Suspension e Grapes From The Estate -; ignorare i grossi elementi di novità, non si potrà

 

 

II Pendolo mi stava dicendo che, tutto muovendo, il globo, il sistema solare, le nebulose, i buchi neri e i figli tutti della grande emanazione cosmica, dai primi eoni alla materia più vischiosa, un solo punto rimaneva, perno, chiavarda ,aggancio ideale, lasciando che l’universo muovesse intorno a sé. E io partecipavo ora di quell’esperienza suprema, io che pure mi muovevo con tutto e col tutto, ma potevo vedere Quello, il Non Movente, la Rocca, la Garanzia, la caligine luminosissima che non è corpo, non ha figura forma peso quantità o qualità, e non vede, non sente, né cade sotto la sensibilità, non è in un luogo, in un tempo o in uno spazio, non è anima, intelligenza, immaginazione, opinione, numero, ordine, misura, sostanza, eternità, non è né tenebra né luce, non è errore e non è verità.*    

* I brani in corsivo sono tratti da Umberto Eco – Il Pendolo di Foucault (Bompiani, 1988)

Discografia consigliata:

Stacte.1 (LP Jerker Productions, 1998)

Stacte.2 (LP Jerker Productions, 1999)

Insulation (CD Touch, 1999)

Stacte.3 (LP Jerker Productions / Plate Lunch, 2000)

Persona (LP 12’’ ERS, 2000)

Suspension (CD Touch, 2001)

Stacte.4 (LP En/Of, 2002)

Mort Aux Vaches (Staalplaat, 2002)

Triste (LP Idea Records, 2003 / Ristampa CD Southern Lord, 2005)

Grapes From The Estate (CD Touch, 2004)

Stacte Motors (LP 12’’ Western Vinyl, 2006)

In The Pendulum’s Embrace (CD Touch, 2007)

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