LCC annuncia la sua presenza alla nuova Stagione dell’Orchestra Sinfonica della Rai! Gossip, approfondimenti e video esclusivi.
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Rieccoci qui,
cari lettori de LCC, le polpette di Jenny continuano a conquistare i palati sopraffini dei suoi colleghi. Ieri in redazione con Jenny ed i suo splendidi genitori c’erano anche il Rag. Vega, il soprano Rachel Harnisch, il basso Simon Orfila ed il regista Alejandro Bonatto. Insomma, una grande squadra… in teatro e ai fornelli!
Stamane Jenny Rivera, mezzo-soprano di fama internazionale, è stata ospite della nostra redazione per prendere un primo contatto in vista dell’intervista esclusiva che concederà al nostro blog. Nelle immagini è documentato l’incontro con il Rag. Vega. Jenny ha preparato delle squisite polpette di uova, dimostrando di conoscere oltre all’arte del belcanto italiano anche la nostra tradizione culinaria.
Ecco a voi la ricetta che Jenny ha cortesemente fornito alla nostra redazione:
6 uova
abbondante mollica di pane
6 cucchiai di parmigiano
un cucchiaio di latte
prezzemolo
olio di Montescaglioso
Sale
Sbattere le uova ed aggiungere la mollica di pane, un pizzico di sale, il prezzemolo ed un cucchiaio di latte. Mescolare fino ad ottenere un impasto omogeneo poi, aiutandosi con il cucchiaio, creare delle polpette a forma di nuvola. Friggere le polpette per qualche minuto con olio d’oliva di Montescaglioso.
Servire le polpette tiepide come antipasto oppure usarle come secondo lasciandole riposare 10 minuti in una pentola di sugo caldo. In questo caso non dimenticate il basilico!
Nome: Max Manfredi
Leva cantautorale: 1956
Città: Genova
Dischi: Live in blu (2004); L’intagliatore di santi (2001); max (1994); Le parole del gatto (1990)
Official Web Page: www.maxmanfredi.com
L’Artista:
Sembra che Genova nella seconda metà del secolo scorso viva solo per sfornare talenti, ed è in quegli anni che partorisce Max Manfredi.
Da subito devoto alla musica, Max presto tenderà a fondere l’esperienza musicale con quella teatrale con il risultato di rendere la sua composizione più brillante, poetica e, perché no, più popolare, una tradizione, quella popolare e partigiana, dalla quale il cantautore non si discosterà mai (“mi dica dov’è che le fa male/dottore mi fa male il sistema/che cosa può farci una usl…”da “La usl non passa l’amore”).
La carriera artistica di Manfredi vanta i più importanti premi per la “canzone d’autore italiana” tra cui il Premio Città di Recanati nel 1990 con la canzone “Via G. Byron Poeta” (“G. Byron lo conosco, era tosto con le donne/ gli han dedicato un viale con un cane lupo triste/tacchinava inglesine veneziane e bisnonne/lui l’orgoglio e la croce delle mie classi miste“) e il Premio Tenco.
Di tutta la sua opera la canzone più celebre rimane “La Fiera della Maddalena” (“mi sono trovato sveglio con il lichene nei miei capelli/mi sono trovato sveglio con il levante nei miei capelli“), cantata insieme a Fabrizio De Andrè che in un intervista su “La gazzetta del Lunedì” nell’ormai lontano 1997 in merito ai cantautori affermò: «Voi qui a Genova avete il più bravo di tutti: Max Manfredi». (La Gazzetta del Lunedì, 23 giugno 1997).
Tutto nasce davanti ad un bicchiere di vino. Come sempre. Un musicista che mai diresti interessato alle sorti del genere cantautorale nell’epoca del dopo-storia. Un critico. Un critico critico.
Perché, ci si chiedeva davanti ad un bicchiere di vino, perché anche una delle ultime grandi tradizioni autenticamente italiana, quella dei cantastorie, quella dei cantastorie che avevano qualcosa da dire, si sta inesorabilmente sgretolando? Come tutto…
Perché non esistono più i cantautori di una volta? Perché il genere cantautorale è oggi spesso vittima di ritrattazioni, di paternità millantate, di squallidi surrogati?
Convinti, anche se in maniera piuttosto nebulosa, che deve esistere una spiegazione (molto probabilmente di natura socio-culturale) a tutto ciò, come al solito abbiamo deciso NON di rifugiarci dietro al solito leitmotiv del “si stava meglio quando si stava peggio”, ma di andare alla ricerca di isole di purezza ancora inesplorate. Perché siamo certi che una parte considerevole di colpa ce l’abbiano, come sempre, coloro i quali vogliono farci credere che quella tradizione è ancora ben custodita, certo, dai Vasco Rossi, dagli Alex Britti e dai cantautorucoli sanremesi di turno.
Nè storia monumentale, nè storia archeologica. Semplicemente, ci siamo sommersi di dischi, di parole, di note, alla ricerca di chi, ancora oggi, è rimasto ancorato a certi modi di scrivere, di suonare, di cantare, ma sa declinarli con il sentire dell’oggi, aggiornarli con i nuovi suoni, rinnovarli senza mai tradirli.
Non è un caso che questa rubrica prenda il nome da una canzone di De Gregori che racconta di un mondo sportivo diverso da quello di oggi, più pulito, più passionale.
Come è ovvio, “Classe ‘68″, qui, non ha connotazione anagrafica alcuna, piuttosto è un’etichetta che ci piacerebbe utilizzare per discriminare il buono dal peggio . Si avvicenderanno cantautori giovani e meno giovani, navigatori esperti delle acque torbide del mercato discografico e artisti considerati di nicchia. Nascere nel ‘68, qui, significa nascere giovani artisticamente, ieri come oggi.
Siamo alla ricerca della Leva Cantautorale Della Classe ‘68.
Affezionati lettori, appassionate lettrici,
La Critica Critica riparte alla grande. E’ per noi un onore annunciarvi l’intervista in esclusiva che la nostra testata si è assicurata con Jennifer Rivera. Il famoso mezzo-soprano statunitense, al suo debutto italiano nel ruolo Sesto ne La Clemenza di Tito, opera mozartiana in scena dal prossimo 16 maggio al Teatro Regio di Torino, presenterà attraverso LCC in anteprima mondiale il suo BLOG. L’evento sarà occasione per chiedere a Jennifer le sue impressioni sulla scena operistica italiana e sul lavoro che il grande Graham Vick, regista chiamato dal Regio per realizzare un allestimento tutto nuovo dell’opera di Mozart. In più siamo certi che la cantante vorrà anche parlarci delle sue lezioni telematiche di cucina (via Skype) con il noto chef della nostra redazione, il Rag. Vega.
Agli impazienti consigliamo di visitare il sito personale di Jennifer Rivera, dove è possibile ascoltare alcune sue registrazioni, e le pagine che il Teatro Regio dedica a quella che probabilmente è la produzione più importante e attesa della stagione.
Stavolta ad accoglierti è una stanza fredda. Nessuna voce, nessuna traccia umana, all’interno. Un drone algido e cedevole si introduce da una finestra lasciata inavvertitamente aperta, come fosse una slavina di suono. Richiusa, continua ad insinuarsi uno spiffero di melodia in sottofondo, e detriti di rumore tambureggiano sul vetro, e quel vento che continua ad ululare minaccioso ma innocuo (Part 1). Rumori di uno strumento spostato, per sedervi di fronte. Un piano indovina una melodia, si inizia ad avvertire calore nella stanza. Pur sempre sintetico, è vero, ma calore. Poi un arpeggio di chitarra reiterato sdoppiato intrecciato. Come a difendersi dal muro di suono che spaventa incombendo. Poi ancora tastiera, quasi rileyana, e melodia, tanta melodia. E calore. (Part 2) Il vento che si allontana, e guardarlo dirigersi altrove dai vetri della finestra ormai chiusa. Un drone, ancora un drone, ma in dissolvenza, come un miraggio che stenta a voler scomparire, tenace Fata Morgana dura a morire. (Part 3). Trova l’elettronica, qui.

pubblicato su www.sentireascoltare.com
Il live set di Valerio Tricoli si accende improvviso, quando il salone espositivo del Lingotto è ancora affollato dal via vai di imprenditori dell’arte. Dire che l’installazione del ¾ Had Been Eliminated sia site specific è ancora dir poco: il suono delle macchine si inerpica, pieno, per la rampa in cemento che conduce all’Ovale della Fiat, aderisce alle pareti, profondo in altezza, foderando internamente la struttura cilindrica. L’effetto è amplificato da intermittenti lampi di luce che squarciano il buio assoluto a ritmo di musica, fino alla sinestetica esplosione finale di bianco accecante e rimbombare di bassi. Alla batteria, presenza celata in uno degli ultimi tornanti della rampa, quindi al di sopra del pubblico dislocato ai primi livelli, la batteria del sodale Andrea Belfi conferisce, ce ne fosse bisogno, maggior dinamismo alla performance.
Si attende per Merzbow. Si attende per mezz’ora abbondante di rumore bianco a gradiente ritmico variabile – si passa dalla totale assenza di impalcatura ritmica all’incalzare di beat quasi gabber. Uno schiaffo – fisico, ancor prima che morale – a quanti, a pochi metri di distanza, mercanteggiano opere d’arte modello grande magazzino. A quei passanti, di tutto punto vestiti, che, di ritorno dalla Fiera dell’Arte Contemporanea, incappano, loro malgrado, in quel monstrum sonoro che si dimena tra mille rantoli. Che tornano alle loro Porsche, ora tappandosi le orecchie, in un disperato tentativo di oltrepassare indenni quel campo di forze; ora osservando esterrefatti, basiti, qualcuno un po’ schifato – e solo dopo aver guardato in alto, a quelle teste che spuntano dai vari piani della rampa che conduce all’ovale del Lingotto, come a chiedersi come possano tante teste appartenere a persone così idiote da farsi devastare da simile tormento. Una performance dal potente valore simbolico, prima e più che estetico: le frequenze che salgono su per la rampa, quel muro di suono generato da un distinto signore orientale che da tempo si fa chiamare Merzbow, sono – nome omen - la risultante – culturalmente connotata, dopotutto: un prodotto dannatamente giapponese – di tutti gli scarti di una società alla deriva.
(pubblicato, con qualche modifica, su www.sentireascoltare.com)
foto di bruben.com